lunedì 9 maggio 2005

L'Ateo.

C'era una volta un ateo. Un ateo vero, di quelli che non credono in Dio. Uno di quelli che credono solo nella materia. Uno di quelli per cui l'anima non esiste. Uno di quelli che attendono la morte come fine di ogni cosa. E un giorno, la morte bussò alla sua porta. Lui la fece accomodare, le ofrrì un caffè, e le chiese cosa la portava da quelle parti. Lei, sorseggiando la bevanda, gli rispose che era passata di lì per caso. Gli disse che allora ne aveva approfittato per portarsi avanti col lavoro. Gli disse che presto sarebbe morto. - Un cancro - gli disse - è così facile far morire la gente di cancro. Lui, impassibile, prese le tazzine e le lavò. La morte si alzò, fece un cenno con il capo e uscì.


 Dopo due mesi la morte era tornata. Gli sedeva accanto, mentre lui viveva i suoi ultimi attimi. Mentre l'oscura mietitrice lo guardava impaziente, lui pensava a tutto ciò che aveva visto in vita. E sorrise compiaciuto, convinto di aver fatto una bella vita, di non averla sprecata. Pensò a tutte le cose esistenti nel mondo, e non sorrise. Pensò che il mondo era una cosa meravigliosa. E non voleva lasciarlo. Pensò che aveva ancora tante cose da fare, da vedere, pensò che non era ancora giunto il suo momento. E allora fu la morte a sorridere. Gli prese la mano, e lui morì. Si risvegliò poco dopo, in una stanza vuota, buia, morta. La morte era al suo fianco. Le chiese cosa fosse, e lei gli rispose che quella era solo un'anticamera. Lo salutò, indicandogli una porta. La morte sparì, e lui sapeva che era andata a prendere qualcun altro, ad accompagnarlo in qualche altra anticamera. Fece un sospiro profondo, rendendosi conto che non era aria quella che respirava. Si avvicinò alla porta, chiuse gli occhi, e la aprì. Fece qualche passo, e, ancora senza guardare, si girò indietro cercando la maniglia. Ma non la trovò. Aprì gli occhi, e si rese conto di essere in una radura illuminata da un sole primaverile, una radura popolata da decine di animali, ornata di fiori di ogni tipo. Chiuse ancora gli occhi, convinto sempre più di essere ancora vivo, di stare sognando. Quando li riaprì, si rese conto di essere altrove. In un altro luogo, che non era un luogo. C'era solo luce, luce infinita. Nient'altro a cui potersi aggrappare. Luce incorporea, non calda, non fredda, senza un punto d'inizio nè uno di fine. Provò ancora a chiudere e a riaprire gli occhi, ma per quante volte ci provasse, si ritrovava sempre immerso in un mare di luce. Si rassegnò, e si sedette, nonostante non ci fosse un pavimento. Ad un tratto, si sentì osservato. Si guardò intorno, ma non c'era nulla. Però sentiva degli occhi, centinaia di occhi, guardarlo tanto intensamente da penetrargli la carne. Cominciò a sudare, e, sempre più terrorizzato, cercava disperatamente di darsi pizzicotti e schiaffi, di svegliarsi, in qualche modo. Ma quei gesti non cambiavano nulla, nè gli facevano provare dolore, perchè lui era morto, era morto davvero.


Non riusciva a convincersi. Era convinto di essere vivo, era convinto di sognare. Ad un tratto davanti a lui apparve una sagoma. Prima era solo un'ombra nel mare di luce, poi pian piano i contorni del corpo, del viso, delle mani, cominciavano a delinearsi. Lui guardava quell'apparizione con ansia, non aveva mai vissuto un sogno così, ma non aveva paura. Attendeva con impazienza che quella figura si presentasse, sperando che gli potesse dare qualche spiegazione, che potesse farlo sentire meno solo, che gli dimostrasse in qualche modo che tutto quello era solo un sogno. Mentre guardava la forma prendere colore, si addormentò. Si svegliò pochi istanti dopo, o forse dopo secoli, e per un attimo, un solo secondo, gli sembrò di essere ancora nella sua stanza. In quel momento sorrise, ma poi si rese conto che era ancora lì, nel mare di luce, solo.


Si alzò in piedi, e mentre stava per compiere il primo passo di una lunga passeggiata nel nulla, una mano gli si poggiò sulla spalla, e lo fermò. Si girò di scatto, e riconobbe subito la figura informe che aveva visto poco prima di assopirsi. Cercò di parlare, ma non vi riuscì. Cercò di muovere un muscolo, ma non riuscì neanche in quello. Era paralizzato, l'unica cosa che riusciva a muovere erano gli occhi. E gli mosse, su, giù, destra, sinistra, li chiuse, li riaprì, e poi guardò quell'essere. Aveva sembianze umane, ma sembrava incorporeo. Nel mare di luce la sua carnagione chiarissima si confondeva con il resto del non paesaggio, e così sembrava essere una cosa unica con l'infinito. L'ateo alzò la testa, e guardò il misterioso personaggio in faccia. Questi sorrise, e rispose allo sguardo. Nell'esatto istante in cui i loro occhi si incrociarono, l'ateo rivide in quelli dell'altro tutto ciò che aveva visto in vita, tutto ciò che esisteva nel mondo, la natura, l'uomo, tutti gli esseri viventi. Abbassò lo sguardo. La mano dell'essere gli toccò il mento, e fece in modo che l'ateo lo riguardasse. Quando ciò accadde, egli capì che tutto ciò che aveva appena visto era opera di colui che aveva di fronte, che, di rimando, sorrise. A quel punto l'ateo cadde in ginocchio, e tenendo la mano di Dio fra le sue, scoppiò a piangere. Dio gli accarezzò la testa, e, liberandosi la mano, si allontanò, guardandolo per l'ultima volta negli occhi. L'ateo vide ancora tutto il creato, e accasciandosi al non suolo, continuò a piangere. E pianse. E pianse. E pianse. Pianse per l'eternità, perchè quello era il suo inferno.

2 commenti:

  1. bello il racconto, adatta la colonna sonora. atea e fiera di esserlo :p , marta

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